Linux e filosofia open source: cybercomunismo?

Secondo alcuni, il movimento OS interpreta appieno le istanze delle frange democratiche e comuniste della società civile e politica

L'alta concorrenzialità introdotta da sistemi operativi open source come Linux, ha determinato un'affannosa rincorsa da parte dei tradizionali sistemi proprietari verso soluzioni che in qualche modo fossero vicini al modello "aperto". E' sicuramente lecito rintracciare una certa vocazione all'internazionalismo in un sistema operativo come Linux, ma la vera unica ideologia che è alla base della filosofia Open Source si riassume bene nella terna utilità, economicità, e sicurezza.


In un talkback apparso sul sito francese LinuxFrench.net (Sommes-nous tous des Cyber Communistes ?), qualcuno definiva gli utenti di Linux "cybercomunisti". L'ispirazione democratica della filosofia Open Source è stata già più volte sottolineata, e sicuramente ad essa si accompagna una carica contestataria verso il software proprietario che può dare adito ad interpretazioni faziose di una filosofia che si connota, a mio avviso, soprattutto per il suo essere forte di una capacità di riconoscere il giusto valore delle cose, o se vogliamo il giusto rapporto qualità/prezzo - sul lato economico - e sulla necessaria rivalutazione dell'utente come soggetto del mercato, con il conseguente riconoscimento della centrale importanza di questioni quali l'utilità, l'economicità e la sicurezza - sul piano ideologico.

Da quando hanno cominciato ad assumere una rilevanza mondiale, Linux e la filosofia Open Source hanno suscitato tanta ammirazione quante polemiche.
Dei vari tipi di licenze che caratterizzano software gratuito o liberamente modificabile è stata elogiata la capacità di stimolare la libera concorrenza, di porre un freno alla costituzione di monopoli proprietari in stile Microsoft, di garantire la cooperazione tra menti responsabili e valide per lo sviluppo di implementazioni informatiche che meglio si adattano alle reali esigenze degli utenti, e che vertono verso l'ambizioso progetto di rendere l'informatica un'estensione il più possibile utile, pratica e naturale dell'uomo postindustriale.
Il tutto senza eccessive speculazioni economiche e nel rispetto di un'interpretazione democratica del nuovo supermezzo di comunicazione rappresentato da Internet, il cui accesso deve essere garantito a tutti, sicuro, economico.
L'alta concorrenzialità introdotta da sistemi operativi open source come Linux, ha determinato un'affannosa rincorsa da parte dei tradizionali sistemi proprietari verso soluzioni simili, e anche se di fatto i primi non possono ancora vantare un bacino d'utenza tale da rappresentare una reale minaccia per giganti come Microsoft, sono comunque riusciti a far prendere coscienza agli utenti di una seconda alternativa che in molti casi ha fatto saltare la cieca fidelizzazione ad un prodotto che si credeva il migliore soltanto perché l'unico esistente sul mercato.
La diffusione dei sistemi operativi open source ha reso lampante il carattere monopolistico del mercato informatico, e ha scardinato il falso mito secondo cui basso prezzo è sinonimo di bassa qualità. Ma soprattutto la diffusione della filosofia Open Source sembra aver diviso il mondo dell'informatica in due blocchi ideologici opposti, dove al di là di considerazioni puramente tecniche ed economiche la scelta degli utenti sembra sempre più spesso determinata anche da fattori culturali.
Non a caso Linux si è sviluppato inizialmente grazie soprattutto al contributo di hacker paragonabili a Zorro dell'informatica, gente che studiava il modo di forzare i sistemi informatici di banche, aziende e governi di importanti Paesi solo per ricordare ai potenti che non c'è vera sicurezza senza buona coscienza, e non a caso Linux è oggi utilizzato prevalentemente dai più giovani e dalle piccole e medie imprese, e cioè dalla categorie contemporaneamente più squattrinate e motivate e protese verso un mondo ancora da costruire e da farsi il più possibile "giusto" ed "equo", dove contano la capacità, la trasparenza e la cooperazione, al posto dei giochi di potere, del monopolio e degli interessi proprietari.

Insomma, la filosofia Open Source sembra bene interpretare quelle che storicamente sono state le istanze delle frange democratiche e comuniste della società civile e politica, e non sembra del tutto fuori luogo la definizione attribuita da alcuni agli utenti di Linux e delle tecnologie open source di "cybercomunisti", salvo che non venga usata per distorcere il senso delle cose e per confondere chi non conosce l'argomento. D'altra parte non esisteva anche per la dottrina cattolica un'interpretazione di sinistra che parlava di "comunismo cattolico"?

Senza estremismi e senza identificazioni inopportune, si può dire che esistono nella filosofia Open Source una carica rivoluzionaria e uno spirito solidaristico che la rendono antagonista sul piano economico ad una concezione monopolistica del mercato e sul piano ideologico alla mistificazione dell'uomo come oggetto del mercato e alla sua rivalutazione come soggetto, e di conseguenza al tentativo da parte delle grandi società produttrici di software proprietario di escludere dal mercato alcune categorie sia di utenti che di produttori (con le note conseguenze del gap tecnologico tra Nord e Sud del mondo, dello sbilanciamento nell'accesso ai mezzi informatici a favore dei Paesi più ricchi, e di una cattiva allocazione delle risorse tecnologiche nonché di un loro impiego inefficiente). Ma non può certo essere considerata di stampo comunista la legittima aspirazione ad ottenere qualcosa che funzioni bene al prezzo minore possibile.

E' sicuramente lecito rintracciare una certa vocazione all'internazionalismo in un sistema operativo come Linux, nato dal libero contributo di sviluppatori di tutto il mondo, e non si può certo negare l'ispirazione democratica e solidaristica che è alla base delle varie General Public Licence, Freely Distributable, Free for non-commercial use, le licenze che contraddistinguono software gratuito ed open source.
Ma questo non vuol certo dire la necessità di ricondurre la filosofia Open Source ad un ambito politico di appartenenza, né tanto meno deve alludere ad una presunta contiguità politica con associazioni od enti istituzionali. Il tentativo fatto da alcuni di politicizzare la filosofia Open Source sicuramente scivola via da essa e dai suoi sostenitori senza scalfirli, anche se ci sembra bello che in essa siano stai colti i principi umanamente più nobili di una dottrina che se per certi aspetti ha fatto il suo tempo, laddove ha lasciato segni nel bene lo ha fatto proprio grazie a quei principi.

La vera unica ideologia che è alla base della filosofia Open Source si può riassumere, secondo me, nella formula utilità, economicità, sicurezza, una formula che rivaluta l'utente come soggetto del mercato in contrapposizione a chi lo manipola ancora come un oggetto, un target da centrare, e che sa riconoscere il giusto valore delle cose, o se vogliamo il giusto rapporto qualità/prezzo, nel pieno rispetto della libera concorrenza del mercato. Un'ideologia, insomma, unicamente e specificamente Open Source.

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